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gennaio 2016

Nei secoli passati il ponte sul Lambro a Incino (ora Erba) era un luogo obbligato. Era infatti l’unico varco per i traffici tra le città di Como e di Lecco. I Visconti che lo costruirono nel 1500 vi lasciarono impresso il loro stemma con il caratteristico biscione. Forse per una di quelle intuizioni di cui il popolo godeva, soprattutto nei tempi passati, questo ponte fu chiamato “della Malpensata”. C’erano infatti tutte le ragioni di pensar male della locanda e luogo di posta che, come avveniva sempre nelle località di confine e di dogana, sorgevano per dar respiro, riposo e soprattutto svago ai viandanti. E alla “Malpensata” era facile trovare distensione, ricreazione e trasgressioni così tanto praticate e godute da obbligare ad alzare un colossale turbine di preghiere riparatrici, i due parroci, quello di Incino e quello di Arcellasco, le cui parrocchie erano divise dal Lambro e collegate dal visconteo ponte con il biscione. La vecchia e generosa locanda con alloggio e tanti divertimenti sopravvisse fino a oltre la metà del secolo scorso quando ancora si chiamava “Albergo Bologna”. Poi fu trasformata in una pasticceria di un certo pregio e il luogo conquistò improvvisamente un’aria borghese e frequentazioni di gente “chich”, ma perse tutto il suo fascino colorato. Ora lì c’è un anonimo condominio in costruzione. Viene il magone guardarlo e pensare quante sapidi avvenimenti furono vissuti da queste parti. Fino oltre la metà del secolo scorso anche il contrabbando era ancora assai intenso e qui alla Malpensata si raccontavano storie di avventure balorde, o di performance, piene di rischi, nella sala colma di fumo e di miasmi alcolici dell’albergo dal “peccato facile”. Qui a finire la notte e stemperare tensioni giungeva il fior fiore degli “eroi” della fatidica linea di confine tra l’Italia e la Svizzera, frontiera ben più importante

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Una volta che è tornato a Erba - lui, infatti, ogni tanto tornava a casa - un amico gli disse: ‘Caspita, a te fa ul gir dal mund’. Lui, Renato Magni, classe 1924, erbese, rispose: ‘E’ da tanto che viaggio per il mondo. Penso che il giro lo abbia fatto un paio di volte. E magari lo farò ancora’. Renato Magni è stato uno dei ‘comaschi nel mondo’. Ha trascorso oltre due terzi della sua avventurosa vita in Svizzera, in Brasile, nelle Filippine, in Giappone, in Malesia, a Singapore, in Thailandia, dove finalmente si fermò e si sposò, mise su famiglia. E’ morto a Chiang May, la seconda città tailandese, nel giorno di Pasqua del 2004. Aveva da poco compiuto 80 anni. Nacque, dunque a Erba nella frazione Incasate che, nel 1924 era ancora un rione di Cassina Mariaga, paese poi entrato a far parte di Erba per ordine di Mussolini. Ha studiato a Como al collegio Gallio. E’ rimasto orfano di ambo i genitori quando aveva appena 15 anni. Fu accolto in casa dal fratello maggiore che lo fece studiare per qualche anno. Ma già lo spirito avventuriero ed indipendente di questo bel ragazzo, simpatico ed estroverso, stava facendosi forte. E fu così che Renato volle andare volontario in Marina. Aveva 17 anni quando arrivò alla ‘Scuola della Marina’ di Pola. Quando scoppiò la guerra era già imbarcato sull’incrociatore Fuciliere. Era furiere di bordo. Partecipò a parecchie missioni, nel Mediterraneo ed anche in Estremo Oriente. All’8 Settembre fu preso dai tedeschi e portato in un campo di concentramento a Stettino in Polonia. Aderì a Salò e rientrò. Entrò nella Monte Rosa. Operava sulle montagne sopra ad Arona. Con un’ intera compagnia passò con i partigiani ed entrò nella Repubblica della Valdossola dove si distinse in varie operazioni, tanto da ottenere

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